Sito dello Studio Pinaffo
08/10/2008
Il fantasma del crack bancario internazionale fa paura, ma sembra che ci sia anche qualcuno che si stia sfregando le mani con i lauti guadagni delle vendite allo scoperto: come sempre sono le banche dinvestimento.
Una vendita allo scoperto e', in pratica, una scommessa sul ribasso del titolo: più questo scende, più si guadagna. E naturale che gli operatori professionali con grossi capitali a disposizione, riescono a spostare di molto la bilancia delle quotazioni, orientando a piacimento il titolo al rialzo o al ribasso..
E notizia di oggi come la Consob abbia bloccato le vendite allo scoperto di alcuni operatori istituzionali su Unicredit: nelle date del 25 e del 30 settembre in particolare, quando i titoli del colosso bancario italiano erano persino stati sospesi per eccesso di ribasso, alcuni importanti operatori professionali avevano agito sul mercato immettendo ingenti quantita' di ordini di vendite allo scoperto.
La Commissione comunica il bollettino Consob - ha accertato alcune anomalie avvenute nelle scorse sedute di forte ribasso su Unicredit: e' probabile dunque che il titolo bancario sia vittima di sciacallaggio da parte di alcune banche dinvestimento con ingenti capitali a disposizione.
Riteniamo che con lallarmismo di queste settimane generato dalla crisi bancaria internazionale, ci sia qualcuno che si stia divertendo a cavalcare le ondate di ribasso di alcuni titoli, aiutando la discesa delle quotazioni di Unicredit con rumors (voci di borsa) un po più pressanti del dovuto.
Chiaramente i crolli del titolo in borsa allarmano non poco il parco buoi, ovvero i risparmiatori comuni, che a loro volta si precipitano a vendere le proprie quote, aumentando le pressioni di ribasso (ed accrescendo i guadagli degli sciacalli).
Non che ci sia da stare allegri con il clima di tensione che si respira un po ovunque, tuttavia, e' incredibile pensare che in momenti così delicati ed angoscianti per milioni di risparmiatori, ci sia anche qualcuno che fa i miliardi sui crolli di un titolo
E di certo la vile speculazione al ribasso non aiuta i Governi a fare chiarezza sulla crisi bancaria in atto.
E di certo la vile speculazione al ribasso non aiuta i Governi a fare chiarezza sulla crisi bancaria in atto.
30/09/2008
Ore particolarmente delicate quelle che stiamo vivendo: non esageravamo nello scorso report quando suggerivamo di mettere i soldi sotto il materasso per un po’.
Unicredit in particolare si trova nell’occhio del ciclone rispetto ai rumors di borsa, tuttavia l’unica cosa veramente chiara sembra essere la fase di panico e sospetto onnipresente.
Solo in data 25/09/2008 usciva la notizia che Unicredit è tra le 18 azioni di alta qualità selezionate da Jp Morgan in tutta Europa: i criteri adottati dalla società di analisi erano indirizzati a valutare alcuni elementi tecnici quali la posizione di forza sul mercato di riferimento, la forza finanziaria, attese di utili, etc. Tra l’elenco dei 18 Unicredit è l’unica società italiana ad essere rientrata nella lista.
Ma da un po’ arrivano voci, innescate soprattutto dal fallimento di Lehman Bros e sempre più insistenti, di una crisi di liquidità derivante da un potenziale crack sistemico dei CDS – Credit Default Swap.
Senza addentrarci in astrusi tecnicismi, un CDS è un derivato di credito: in pratica i mutui a rischio, sono stati “coperti” da uno scambio speculativo afficnchè, nella malaugurata ipotesi di insolvenza, ci sia “qualche esperto” che comunque ci possa guadagnare …
Parliamo di un mercato altamente speculativo che interessa 62.000 miliardi di dollari: secondo un report di Moody’s uscito lo scorso maggio, sarebbero a rischio circa 1200 miliardi di CDO, dunque circa il 2% di questo mercato, tuttavia quello che allarma è l’effetto a catena di un inceppamento sistemico simile.
Secondo quanto emerge dai bilanci consolidati, al 31/12/2007 Unicredit ha capitale, riserve ed utili per oltre 674 milioni di euro, mentre i derivati di copertura iscritti a bilancio sono quasi 72 milioni di euro tra i crediti e circa 42 milioni nello stato passivo: come si evince dal confronto delle cifre, parliamo di importi rilevanti, ma forse non così tanto da far effettivamente fallire Unicredit. Ed in effetti il CEO dell’istituto, Alessandro Profumo è intervenuto dichiarando che la liquidità del gruppo bancario <<è garantita ben oltre il 2008 senza ricorrere al mercato>>.
Le ondate di vendite ed i conseguenti crolli dei titoli correlati sembrano dovuti soprattutto al panico ed alle incognite circa le conseguenze a catena circa le macro-insolvenze, in quanto ci si trova dinnanzi ad una crisi sistemica mai affrontata prima, e molti operatori per prudenza preferiscono uscire dal comparto bancario: non solo Unicredit infatti sta perdendo terreno in borsa, ma un po’ tutto il settore, sia in Italia che all’Estero.
Per quanto concerne dunque il sistema di Tutela dei Depositi in Italia, va osservato che lo stesso prevede una copertura di un massimo di 103.000 euro circa per depositante, da cui sono tuttavia esclusi i titoli e gli strumenti finanziari, in quanto non rientranti nella fattispecie della liquidità ma riferiti ad emittenti terzi.
Certo è però che, nella malaugurata ipotesi di un crack del sistema, ovvero del fallimento di molte (o troppe) banche, la Tutela dei Depositi non potrebbe far fronte ad un evento tanto straordinario quanto clamoroso.
Una cura preventiva per evitare il degrado della crisi potrebbe certamente essere data da una cooperazione delle banche centrali mondiali, cosa che sta avvenendo, dato che in effetti si è appreso di varie iniezioni di liquidità a sostegno dei mercati da parte di numerosi Stati nel globo. Gli USA stanno varando una manovra di emergenza a copertura delle posizioni a rischio, mentre il nostro Ministro Tremonti ha convocato il Comitato anticrisi.
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